È da tempo riconosciuto che i lavori incentrati su aspetti relazionali, di qualunque natura, possano produrre effetti di logoramento e stanchezza nell’operatore, determinati proprio dalla gestione della relazione, la quale, compromettendosi, riduce inevitabilmente l’efficacia dell’intervento, indipendentemente dalla sua adeguatezza “tecnica”. Questo è vero particolarmente in tutti gli ambiti in cui la relazione è l’aspetto fondante del lavoro, quindi in tutti gli ambiti in cui l’obiettivo nucleare è la cura. La peculiarità del lavoro di cura sta specificatamente negli aspetti ambivalenti della relazione stessa, che, quando funzionante e ottimale, è in grado di generare anche importante soddisfazione personale nell’operatore. Il corso si pone come obiettivo generale il potenziamento dell’autoconsapevolezza, nel singolo operatore, di quelli che sono gli aspetti individuali che rischiano di generare “compassion fatigue” e, al contrario, di quali risorse l’operatore dispone come individuo per contrastarla e per potenziare la soddisfazione professionale. Il corso sviluppa la consapevolezza di sé, delle proprie reazioni allo stress, delle risorse disponibili come individuo, del proprio grado di protezione dalla fatica connessa al lavoro relazionale, declinandola con alcuni concetti teorici che forniscano un quadro più amplio in cui poter considerare la propria situazione e, quindi, fornire spunti di riflessione e di comprensione che possano essere poi condivisi in contesti di gruppi di lavoro, problematizzando ed allargando la ricerca di possibili soluzioni condivise. La miglior comprensione di quanto ci accade in contesti di stanchezza relazionale (compassion fatigue) permette di garantire un funzionamento del gruppo di lavoro più orientato alla collaborazione (“non sono l’unico a sentirmi così”), ed invertire quindi il circolo vizioso della chiusura in sé e dell’autostigmatizzazione (inadeguatezza, incompetenza, esaurimento), trasformando il gruppo in una potenziale risorsa.
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